Dovrei, regina,
chinarmi senza stelo, a poggiare su metalli
senza voce.
Sono passati ora, gli odori senza fretta, e
dimenticato dal tempo che abbiamo perso sudando cemento,
l'olfatto attende la bocca per affermare d'aver gusto, seppur si è
evaso l'offerta di rifiutare un pasto di calce.
Sistemi binari, -scelgo lo spazio tra loro, l'unicità di ogni momento non è vuota, ma piena d'altro-.
All'ombra d'un cartello pubblicitario, un uomo in sordina danza capricci;
regina,
il suo suono non ha nome, e non chiede.
Io ho sempre guidato la mano verso l'ordine che ho letto,
e chiudendomi l'iride ai paesaggi, ho appagato la carta,
ho aiutato orologi di piombo a suonare, di mattino presto,
l'ansia.
All'ombra d'un uomo in sordina,
un cartellone pubblicitario.
Lo fisso e so che domani danzerà,
quel povero pazzo.
Il mio sguardo si chiude mentre capricci di
un sassofono svendono alle mie certezze
la consapevolezza
che voglio vivere.
E' sempre diverso tornare, sembra lo stesso sempre perchè lo
stomaco sente lo stesso nodo.
Il male è quando il volto che avevi non c'è,
gli occhi di ti guarda sono quelli dell'odioM;
non hai maschere eppure evadere da quella
culla madre è
lasciare solo un uomo.
Ogni viaggio ha un abbandono dietro;
il mio non è stato fisico:
è uguale l'odore delle strade,
ma le facce hanno il velo del cambiamento.
Il veleno del tempo trascorso ha portato pure il
ricordo su linee lontane;
e ora che cerco di roconoscermi,
mi vedo spento negli stessi occhi che sentivo d'amare.
Cade pesante quel gelo che d'inverno chiameresto, poesia;
ora che il lamento per questo freddo è lecito,
su lame inchiodate a mani che vogliono accarezzarmi da nemico,
mi sono perso.
La soluzione si ripete, consoglia nuovi passi, e ancora
lasci,
e i rimasti chiedono a sè se è la vita a darti
questi falsi gesti complici o è
stato solo un momento e ora che riparti i vecchi
muoiono per dar voce ad altri.
Istanti d'esperienze, ma ancora solo, ancora a tratti;
non va oltre il proprio
vivere ma senti che non condividere è dare ombre a
questo tramonto.
Io copro le ferite nell'ansia di scoprire che
posso uccidere un senso di
libertà oppresso da
nostalgia;
ma dò via ad una corsa che abbaglia con
la mania d'insistere e
l'indifferenza è la sua falsa malattia:
è convivere con un corpo che
cerca una parola calda,
e non un'alba per appagare l'iride;
ma una parete su cui dipingere con foto ricordo la stanza... E non
basta un autoscatto,
il nostro ritratto lo si conosce:
quanto vale quel pezzo che dentro custodisce un
grazie e mille critiche d'un amico.
E' triste, mi manca.
Mi sento ad Itaca ma senza scopo, tornato per bisogno ma
nel viaggio ho dimenticato cosa posa
sul mio vuoto quando parto:
forse, è solo timore di
perdere il timone
quando sono al largo.
Ora che mangio solo sul mio tavolo,
dormo sullo stesso cuscino,
sento vicino il presentimento d'esser esule;
e l'animo che sento esplodere in pianto non haa ascolto.
Ho tolto al braccio la possibilità di scrivere:
la memoria d'un foglio bianco è
marmo
e se questo esistere persiste,
rischia d'esser non un resistere ricordando ma un
cappio.
Nemmeno la notte è sola;
ma forse una stella può capirmi:
i filtri astratti del mio vederci distanti,
lei sembra canti la
nostra voglia d'avvicinarci.
Poi, ridesto ritrovo silenzio,
e persino la sua luce sembra in eclissi.
I sismi emotivi mi riportano i soliti bivi:
L'uomo che torna sui suoi passi e
quello che torna per uccidersi
illudendo amori infranti.
amo
Era il solito giorno, ma più caldo.
Il signor Autunno sentiva il peso del suo pastrano Rosso opaco, tenuamente vivo nei movimenti.
Non è vero che non ama il sole: la grande voragine però, che si crea al suo passaggio, mai di fretta e mai superbo, ingoiava i raggi, coperti dal suo enorme cappello giallognolo, come se quel cappello avesse fame di luce, ma senza egoismo.
L'uomo cerca la luce, laddove ne trova un piccolo momento la violenta, non conosce il mezzo, non sa tenere amore; lo manifesta estremizzando il suo isterico senso di solitudine.
Il signor Autunno regalava così un pò di grigio, non triste però; sperava che la gente si ricordasse d'esser piccola, e che ritrovasse così solo pochi bagliori di quella luce, che perderà d'inverno, nel suo candido d'assenze, e che ha perso d'estate, fumando il tempo dentro amnesie di simbiosi.
E' così che sacrifica stanche querce per lasciare al sole il compito di dipingere le sfumature, un pò per poesia un pò per divertimento, ma sempre in gesti minimi e necessari; giusti.
Il sole entra in punta di piedi in quelle venature senza sangue, docili e appassite si lasciano trafiggere e riflettere; l'iride così gioca tra marroni densi e rossi fatui, e sente fame di calore, ma la sazia trovando tra il grigio, l'iprevisto d'un ramo che danza arcobaleni.
Il signor Autunno giunge così stanco, nel prato fiorito; toglie il pesante pastrano e prega, come sempre, d'esser stato compreso.
La primavera porta sul suo corpo stanco lenzuola di margherite e lui dormendo, sogna di svegliarsi tra occhi felici di non aver tempo come cappio, ma solo attimi cromatici d'amore vivo.
Dolce immerso nel fluido dei ritmi.
Spinti, nel buio senza candele; luce assente.
Rabdomanti quei poeti che scrivendo cercano filtri; in reale
prospettiva il memento nel centro del senso è perso se
vinti dall'emotivo siamo scritti, non vissuti;
ma rovine.
Sconfitti e freddi, pergamene, taciti e chiusi
in mutismo.
Scissi da eclissi cognitive,
fuori contatto
con tatto nullo.
Solo nubi oscurando noi stessi.
Punto focale ma non letti, servono piercing,
dilatatori all'occhio nascosto:
Quello fuori corpo,
quello non distorto con
sguardi fissi dove
il ricordo muore e
nelle ore è risorto per
darti ancora istanti tristi,
distinti,
ma sempre riflessi nel voler sentirli.
Dolce immerso nel fluido dei ritmi.
Spinti, nel buio senza candele; luce assente.
Rabdomanti quei poeti che scrivendo cercano filtri; in reale
prospettiva il memento nel centro del senso è perso se
vinti dall'emotivo siamo scritti, non vissuti;
ma rovine.
Sconfitti e freddi, pergamene, taciti e chiusi
in mutismo.
Scissi da eclissi cognitive,
fuori contatto
con tatto nullo.
Solo nubi oscurando noi stessi.
Punto focale ma non letti, servono piercing,
dilatatori all'occhio nascosto:
Quello fuori corpo,
quello non distorto con
sguardi fissi dove
il ricordo muore e
nelle ore è risorto per
darti ancora istanti tristi,
distinti,
ma sempre riflessi nel voler sentirli.
Condizionamento sintattico-interpretativo.
Valore sostantivo, posto come principale di un valore etico.
Oggettivo introspettivo(umano).
Umano disinteressato all'oggetivo.
Consequenzialità ritmica del tempo secondo paramentri lavorativi.
Pianificazione come timore.
Coalizione parola-distosione.
(e)-(in) voluzione determinata esternamente.
Estremità uguali(presenza delle azioni delle estremità).
Mutismo.
Schema della libertà.
Sordo.
Io.
Io-massa.
Fuori un tempo pessimo, come il mio umore d'altronde.
Avevo dormito poco, ma mi alzai, sperando di finire il prima possibile la tortura che mi ero forse, imposto.
Mal di testa e nevrosi, è sempre la stessa cosa quando devo andare in ospedale.
Analisi, con la paura che mi parlino di urgenze, di malori e di momenti ancora più cupi di quelli che già costruisco nelle mie manie.
Io, vittima della complessità del fisico, o forse detenuto della mia astrazione fobica e autodistruttiva; poco importava, stavo da cani e non lo merito, pensavo.
E' un inferno la mia vita, convivere con l'ansia e il malessere: mia madre detesta tutto questo iter, ma mi ama e mi accompagna per mera compagnia, agli ambulatori.
Erano le 8.00 quando inizai a pensare di essere l'ennesimo immeritevole malato.
Prelievo del sangue e cuore furono rapidi, toccava alle analisi per sospette epilessie.
Salimmo le scale.
Avevo la debolezza, quella solita di chi ascolta le sue vene che cercano quel rosso scomparso.
Mi siedo, apro un libro e non bado a mia madre.
Non posso fare a meno di guardare le signore che ho di fronte: si sono conosciute in quell'istante, e il loro sguardo imbarazzato le costringe a non guardarsi, ma a sorridere timidamente.
Parlavano di scuola, dei tempi atavici dell'insegnamento in quei paesini che a dire il nome è come dimenticarselo
.
Erano felici, dolci, e serene.
Io ero nervoso, stanco e tristemente affranto.
Nell'attesa notai che una delle due aveva una parrucca, cosa che mi divertì, ma che non mi spiegavo.
Sollevai lo sguardo, e si salutarono sorridendo, entrando entrambe nel reparto di Oncologia, come se dovessero comprare farina e frutta per la Domenica.
Un morso alle viscere, la mia inutile malattia era una menzogna, di quelle che mi fecero venire la nausea.
Non ho mai visto nessuno combattere così, fuori dalle lacrime e dall'ansia.
E io che la notte vorrei impazzire per riconoscermi, mi vedo solo stupido ed esibizionista.
Vita.
Vita è soffrire, ma quando un taglio precede una cicatrice.
Io ho convinto l'anima a togliermi i colori, gli odori e la musica, per poi specchiarmi nell'anziano senso di pace.
Vita è capire che si è vivi, ed essere grati.
L'espressione dell'uomo basa la sua fondatezza su questi piani:
-Linguaggio verbale
-Pensiero
-Linguaggio del corpo
-Forma d'arte(Raggruppa in combinazioni differenti i tre piani sopra).
Ciascuno di questi piani ha, per necessità di relazione, la propria forza di comunicazione attraverso il linguaggio verbale(in cui includo lo scritto, essendo trasposizione di tale linguaggio).
Questo però non assicura la piena verità del messaggio, in quanto vista e parola possono contraddire sè stessi l'uno con l'altro.
Il celebre quadro "questo non è una pipa" di Magritte( ), racconta appunto come la parola dissoci l'immagine, e come l'idea distacchi dalla parola, rendendo pensiero e lessico indipendenti(nella soluzione) l'uno dall'altro.
Nonostante l'uomo tenda ad unire pensiero e linguaggio, la grammatica mantiene libera la parola fino al punto limite pre-pensiero, facendo sfociare così un pensiero detto non nel pensiero stesso, ma nell'affermazione che più si avvicina al pensiero.
Oppure: avendo noi vincolato la comunicazione al linguaggio verbale, penseremo limitatamente alla parola, non trasgredendo in considerazioni che vanno oltre, se non toccando la propria sfera emozionale.
Anche ammettendo questa seconda ipotesi, il nostro modo di porre il messaggio ad un altro individuo è limitato da tre parametri:
_La nostra capacità del comunicare
_La capacità della persona a cui è rivolto il messaggio di capirlo
_La soggettività delle conclusioni
Stando a quanto affermato, si converrà che nulla è determinato ma anzi tutto è svolto secondo approsimazione, tendente o meno all'esattezza.
Portando questo iter al linguaggio del corpo, ci si accorge che nulla cambia. Infatti, prendendo un artista come per esempio un ballerino, si scoprirà che lo stato emozionale è troppo intimo, e il codice dello spettatore decifrerà secondo proprio paramentro anche il sentimento provato.
Le diverse gradazioni degli stati d'animo, inoltre, non concedono alcun avvicinamento alla piena condivisione, sarà anzi la ricerca a scoprire in ognuno che il sentire è personale, il capire è d'obbligo, ma non è la stessa cosa.
La parola, influente anche in questo caso se si volesse comunicare il proprio stato d'animo, blocca il pieno riconoscere di questo, portando in alcuni casi la consapevolezza di non essere in grado di esprimere, in altri la soddisfazione di averlo fatto.
Quindi,
stando a quanto detto, la parola potrebbe essere il mezzo che vincola o che ci svincola dalla giusta comunicazione.
Nel primo caso, si pensa che basti ad essere capiti e capire, secondo morfologie sintattiche, l'intera sfera umana, compresa quella emozionale.
Nell'altro caso, si ricerca la via dell'arte, la quale comunica sì, ma interiormente, e riesce ad uscire dalle viscere in ogni caso, sepre manifestandosi in parola.
Parentesi:
(Il silenzio è sì prezioso, ma penso che potenzialmente sia altrettanto deleterio perchè, al di fuori della complicità, il poi è soggettivo. Per questo si ricerca la relazione, perchè è più equivoco della parola).
Il potere delle labbra è infine questo:
Riesce ad unire capi a lei estranei, perchè configurata come unico mezzo di massa, nonostante sia evidentemente in errore, perchè imperfetta, non concede rapporto al di fuori di essa, se non individuale.
L'esercitazione dei poeti è, a parer mio, anche lo scioglimento di tale potere, in quanto da lessico ci si astrae per "sentire", ma a spiegarlo si torna al punto di partenza.
Per questo è inutile maledire il crollo di Babele, il vero frazionamento sta nel limite umano di non essere perfetto.
Dammi il dolore che senti quando non mi stringi, voglio essere la tua amnesia.
Il peso di quando quei chili scendevano e restava solo un passo debole, come in punta di piedi, e non capivo se stessi pesando i momenti da sola, o volessi piangermi il tuo vuoto, in silenzio.
Non ho mai fatto nulla, e me ne pento.
Avrei dovuto amarti diversamente forse.
Non avevo il coraggio di farlo, non volevo tu vedessi un uomo, forse non volevo tu vedessi la mia forza.
Ti ho sempre tenuto stretta più a lacrime; avrei dovuto farlo accarezzandoti invece, come dovrebbe fare chi dà sicurezza e non paura.
Invece non sono unito, se non con il filo del legame più dolce, quello che sembra dare un senso alla distanza che abbiamo troppo spesso.
Quei chili scomparsi sono lontani da noi, è la colpa che ha la rabbia della rassegnazione.
Eppure so che anche se è polvere del tempo, il tuo malessere poteva essere meno bastardo se ti avessi abbracciato, almeno una volta.
Grazie, perchè anche senza questo, non hai smesso di amarmi, e capisci che sono bimbo ancora, e uomo solo la notte, quando mi odio per non cercarmi davvero. Tra la mia barba e le mie sigarette, sono ancora il figlio che dorme sul tuo grembo.